VACCINI E SEMENTI PER 200 VILLAGGI DEL DARFUR. Taccuino dal fuoristrada di Roberto Goglio

In Sudan COOPI continua le attività di sostegno agricolo e veterinario alle comunità agro-pastorali del Nord Darfur.

Il deserto del Darfur.

Il progetto di COOPI è finanziato dalla Commissione Europea per gli Aiuti Umanitari (ECHO) e ne beneficiano circa 108.000 persone, fra cui IDPs (Internal Displaced People – sfollati interni), returnees (profughi) e popolazione locale. Le attività prevedono principalmente una campagna di vaccini su larga scala per gli animali d’allevamento e la distribuzione di sementi, attrezzi agricoli e bestiame di piccolo taglio per fronteggiare lo stato d’insicurezza alimentare che grava sulla popolazione, già provata dal conflitto in Darfur.

Attraverso un programma di corsi di formazione ad hoc si intende migliorare le tecniche agricole per aumentare la produttività dei suoli.

Le zone di intervento del progetto si trovano a Nord di El Fasher (principale città del Nord Darfur) nei distretti di Mellit, Sayah e Malha. Molti dei 205 villaggi in cui si svolgono le attività sono sotto il controllo delle forze ribelli dell’SLA (il Sudaneese Liberation Army), che si contrappongono all’esercito regolare sudanese del Governo di Khartoum. Per tale motivo le organizzazioni internazionali delle Nazioni Unite difficilmente riescono ad accedervi, e ciò aumenta l’isolamento e lo stato di bisogno degli abitanti.

Nei villaggi dei tre distretti al momento, pur con notevoli difficoltà, solo COOPI e German Agro Action (una ONG tedesca) riescono ad avere accesso, dialogando anche con le forze ribelli.

Di seguito il racconto di una giornata di viaggio e mediazione di Roberto Goglio, a capo del progetto COOPI in Nord Darfur.

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El Fasher, Nord Darfur, maggio 2008.

E’ difficile raccontare di questi nuovi luoghi e nuove genti.

Il lavoro con la sua veloce corsa asciuga i pensieri e le parole scorrono veloci come immagini dal finestrino di un treno.

Posti spalancati sul nulla dove la vastità del vuoto si apre come un ventaglio davanti agli occhi frustati dal sole.

Paesaggi lontani dove lontane sono le persone che li vivono.

Sono lontane da raggiungere, da capire, da ascoltare e a loro volta sono lontane da tutto, dall’acqua, dal cibo, dalla lingua dei loro lontani vicini. Uomini, donne e bambini sono l’ultimo avamposto dell’umanità; avamposto al di là del quale la vita, per come noi la concepiamo, non è più possibile.

Fuoristrada COOPI attraversa la regione del Nord Darfur per raggiungere le zone di intervento.

Di fronte al parabrezza dei nostri fuoristrada solo sabbia gialla e cielo blu per ore, a volte una donna ci osserva passare con la testa quasi completamente nascosta dalle pesanti fascine di paglia che trasporta. Si ferma per qualche istante, guardo ammirato i colori sgargianti dei suoi logori

vestiti, meravigliose vampate che si accendono nella monotonia cromatica, vedo velocemente le rugosità della pelle arsa, le mani consumate, le dita storte dall’artrite, i solchi della fatica sul viso.

Poi, improvvisamente come era apparsa, riprende il suo cammino sulla strada che percorre tutti i giorni da migliaia di anni, schiava di questi luoghi.

Cerco di guardare lontano per vedere qualche cosa di nuovo, ma ogni chilometro è sempre uguale a tutti quelli che lo hanno preceduto, le ruote girano veloci, slittano, arrancano sulle piste, si affossano nella sabbia, vengono inghiottite da buche improvvise, fanno schizzare proiettili di pietra, sollevano nubi di polvere che il vento velocemente disperde.

Dentro l’abitacolo vengo sbattuto da una parte all’altra, frullato, squassato, macinato arrivo a destinazione come se avessi attraversato un mare in tempesta, anziché essere fradicio degli spruzzi degli Oceani, sono seccato dal sole.

Sento addosso tutta la sabbia e la polvere che abbiamo sollevato, si infila ovunque.

Una sabbia a volte fine come borotalco altre volte ruvida e tagliente come polvere di vetro, non trattiene nulla, la sabbia è un fluido pesante sul quale gli uomini cercano invano di lasciare i segni della loro esistenza.

La meta è Malha (nella foto, la base COOPI di Malha), una cittadella ai confini del Sahara a circa cinque ore di viaggio a Nord di El Fasher. Fino al 2006 territorio delle forze ribelli, oggi, sulla carta, è un avamposto sotto il controllo governativo.

In realtà l’influenza di Khartoum (capitale del Sudan) è presente solo nella città, già dopo uno o due chilometri al di fuori di Malha cominciano le zone controllate dallo SLA (il Sudan Liberation Army) che si presenta molto lontano dall’essere un fronte unico e compatto.

Il risultato degli accordi di pace del 2005 – secondo alcune interpretazioni eccessivamente forzato dalla pressione internazionale – è stato quello di frammentare i ribelli in fazioni che non si sono sentite rappresentate da tali accordi: tre erano i gruppi principali fino al 2006, ai quali se ne sono aggiunti circa venti solo nell’ultimo anno.
Il quadro della situazione in Nord Darfur è quindi frammentato, armi moderne si mescolano a stili di vita antichi, AK 47 (il Kalashnikov) e otri di pelle di capra, bazooka e cammelli.
In alcune aree, come nel caso del corridoio El Fasher-Malha, vige un tacito accordo di non aggressione relativamente stabile, in altre come Kulkul – oppure Kalemando, verso Est – la situazione è molto tesa e gli scontri frequenti.
Saccheggi e rapine ai camion sono quasi quotidiani, solo nell’ultimo anno il World Food Program ha perso quarantacinque vetture in queste zone.
Il quadro politico si complica ulteriormente quando si considera il confine fra Sudan e Ciad. Gli attriti fra i due paesi fanno si che il Governo di Khartoum finanzi i ribelli del Ciad, e che il Ciad a sua volta finanzi l’ SLA (o qualcuna delle sue fazioni). Questo crea un continuo movimento di “rifugiati” da una parte all’altra del confine. Un flusso di persone nelle due direzioni che in realtà non sanno più dove andare a cercar rifugio.
Nel contesto globale si muovono a fatica anche le forze di pace internazionali.
Recentemente alle forze impiegate
UNMIS (United Nations Mission Sudan) si è aggiunta l’operazione UNAMID (United Nations and African Union Mission Darfur), cambio non solo nominale. Si è cercato da un lato di concentrare maggiormente gli sforzi sulla crisi nel Darfur, e dall’altro di accontentare Khartoum, che ha accettato l’intervento internazionale solo a patto che ci fosse una forte presenza dell’Unione Africana nella gestione della crisi, crisi tra l’altro mai riconosciuta ufficialmente.
Il cambio di direzione ha allungato molto i tempi dell’operazione. Nuove strategie richiedono un nuovo assetto della logistica e dei contigenti sul campo.
Fondamentali sembrano essere gli elicotteri: per controllare efficacemente la vastità del Darfur ne servirebbero almeno ottanta. Al momento la missione UNAMID ne dispone solamente di dieci, secondo alcune fonti, e sembra molto difficile che riesca a procurarsi i rimanenti in breve tempo.
L’unico che dispone di sufficienti mezzi aerei al momento è il Governo sudanese, che non è intenzionato a metterli a disposizione delle forze internazionali.

La situazione è in continuo mutamento ma lontana da una rapida e definitiva soluzione.
La frammentazione delle forze ribelli fa comodo al Governo centrale, che tuttavia sembra non voler approfittarne: pare anzi che l’intento sia quello di lasciare le cose in questo stato confusionale, il più a lungo possibile.
In tal modo Khartoum avrebbe un accettabile controllo della regione, senza doversi preoccupare eccessivamente del suo sviluppo.
Qualche settimana fa mi trovavo a El Hif, un buco nel deserto cuore delle forze SLA che controllano l’area a nord di Malha. L’accoglienza è stata buona, anche perché COOPI, insieme a GAA (German Agro Action), è l’unica agenzia internazionale che riesce a lavorare in queste zone.
In una capanna di legno, sorseggiando l’immancabile the (non proprio come nel film di Bertolucci) spiegavo ai rappresentanti dei ribelli le attività e il tipo di soccorso che avremmo portato, chiedendo loro in cambio l’immunità per me e per il mio personale, al fine di condurre le operazioni previste nei prossimi mesi con la dovuta tranquillità.
Tutto si è svolto in un’atmosfera cordiale e un pò surreale, data la presenza fuori dalla porta di un Land Cruiser equipaggiato con mitragliatrice pesante.

La gente è stufa di questa logorante guerriglia, da entrambi i fronti.
La frammentazione delle forze ribelli non ha fatto altro che aumentare il senso di sfiducia nelle persone, portando con sé il serio pericolo che i gruppi minori si trasformino in semplici banditi. Moderni predoni che non farebbero altro che peggiorare le già pietose condizioni di vita di questa gente che oltre al deserto, ai ribelli, ai Janjaweed e al Governo, si troverebbe a dover affrontare un nuovo nemico, violento e privo di scrupoli.

Roberto Goglio.

Capo-progetto COOPI in Nord Darfur.

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2 Replies to “VACCINI E SEMENTI PER 200 VILLAGGI DEL DARFUR. Taccuino dal fuoristrada di Roberto Goglio”

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