COLOMBIA, BETANCOURT LIBERA, intervista a Piero Brunod

Segnaliamo sul nostro blog un’intervista di AGImondo ONG a Piero Brunod, responsabile di COOPI per i progetti in Colombia.

E’ possibile leggere l’intero servizio di AGImondo cliccando qui.

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Le ong salutano la liberazione degli ostaggi ma temono per la crescente militarizzazione del conflitto che aggraverebbe la già precaria situazione di poveri e sfollati.

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Parla Piero Brunod di Coopi.

Dalle parole di Piero Brunod, responsabile per la Colombia di Coopi, un quadro della realtà colombiana, a partire dai possibili sviluppi del dopo-liberazione di Ingrid Betancourt e dei 14 ostaggi in mano alle Farc, fino ai problemi affrontati dalle ong e dai nodi ancora irrisolti che affliggono il Paese sudamericano.

Quale la vostra reazione di fronte alla notizia dell’operazione che ha liberato la Betancourt?
Grande soddisfazione e gioia per la liberazione di Ingrid e degli altri ostaggi, anche se ci preoccupano le modalità con cui è avvenuta, data l’evoluzione della militarizzazione del conflitto in Colombia. Soprattutto se pensiamo agli eventi degli ultimi mesi, a partire dall’uccisione in Ecuador di Raul Reyes e dalla morte di Manuel Marulanda. Nell’immaginario colombiano e internazionale si sta rafforzando l’idea della funzionalità ed efficacia della soluzione militare, e questo indebolisce il tavolo di discussione di accordo umanitario tra le parti. E’ un’inquietudine condivisa tra le ong e le reti europee che lavorano in Colombia: il rischio è quello di nascondere la complessità dello scenario colombiano e spostare l’attenzione internazionale e dei media dalle violazioni dei diritti umani che ancora affliggono il Paese.

Ci saranno ripercussioni sulla realtà del vostro lavoro?
No, noi siamo abituati a lavorare in contesti molto complessi e difficili. Ogni intervento viene gestito insieme a reti della società civile colombiana, ma si devono fare sempre i conti le difficoltà della presenza, visibile e invisibile, di Farc, gruppi paramilitari ed esercito. Coopi fa parte del Gruppo Sur, un coordinamento europeo di ong che lavora per la risoluzione pacifica del conflitto in Colombia. Ora cercheremo ancora di più di prima di incidere con azioni di lobbying e di visibilità per costringere le forze politiche e sociali colombiane ed europee a scegliere l’opzione umanitaria.

Coopi è in Colombia dal 1997, quali sono gli interventi principali?
Coopi in questo momento ha due linee strategiche di intervento nel Paese: una di emergenza e sostegno alla popolazione desplazadas, cioè sfollata. La nostra presenza ora è concentrata sulla regione del Norte de Santander. Il secondo impegno di Coopi è quello sul fronte della formazione per la cooperazione internazionale all’Università di Cartagena, progetto in collaborazione con Università di Pavia e le ong Cisp e Vis. Inoltre ci occupiamo di diritti umani, in particolare della tutela di donne e bambini, in collaborazione con l’associazione Maschera Negra nelle città di Meta e di Cali.

Come viene affrontato dalle ong lo sradicamento di comunità e persone dai luoghi di nascita a causa del conflitto armato?
Il desplazamiento è il fenomeno per il quale la cooperazione italiana ha svolto la maggior parte dei suoi interventi in Colombia, come risposta per la prima emergenza in aree in cui si era creato maggior conflitto e aumentava il rischio per la popolazione. Ma in parallelo si è svolto un enorme lavoro di integrazione: molte comunità che erano fuggite sono tornate nelle loro terre grazie a interventi di reinserimento socio-economico. Il desplazamiento è un fenomeno ciclico, che si ripete nel corso di una vita anche diverse volte, con riavvicinamenti e allontanamenti dai luoghi di origine. In questi anni si è lavorato molto non solo con interventi di primo aiuto, ma per la costruzione di nuove possibilità per le comunità che per più tempo hanno vissuto in situazioni precarie attraverso progetti mirati di sviluppo e integrazione, sostegno e assistenza psico-sociale alle vittime.

In prospettiva il fenomeno andrà verso una risoluzione? In che modo?
E’ la scommessa del futuro della Colombia. Con l’auspicata conclusione del conflitto in atto tre milioni di persone, avranno bisogno di essere reintegrati e riassorbiti dal tessuto socio economico colombiano, sicuramente attraverso le reti comunitarie familiari, ma anche cercando di rendere questa parte di popolazione visibile, riconoscendo loro diritti, necessità specifiche, consentendo il ruolo di attori in grado di dialogare con le istituzioni, centrali e locali. Le ong da anni stanno rafforzando le reti e il tessuto associativo dei desplazados. Esistono molte sinergie, azioni volte all’accompagnamento e alla strutturazione di organizzazioni che possano diventare in breve autonome, passando da ‘vittime senza voce’ a protagonisti della vita sociale e politica colombiana, capaci di rivendicazioni politiche dirette e indipendenti.

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