Obo, un chicco di umanità gettato nel mondo

di Benedetta Di Cintio, capoprogetto COOPI a Obo, Rep. Centrafricana.

Calcio per le strade di Obo, Rep. Centrafricana. (ph. Ugo Lucio Borgia)

Obo è un chicco di umanità “gettato” in un angolo di mondo, laddove la foresta abbraccia la savana e la Repubblica Centrafricana apre le sue frontiere al Sud Sudan.

E’ un villaggio di circa 3.500 persone. Un cerchio di vita ritagliato nella foresta tropicale e nel cuore del conteninente africano.
A causa degli attacchi armati dei membri dell’LRA (Esercito di Resistenza del Signore), Obo, un angolo di Africa ancora vergine ed incontaminata, si é trasformata in poco tempo in luogo di accoglienza per i profughi delle comunità limitrofe che si spostano alla ricerca di un rifugio sicuro e in un crocevia di interventi umanitari che cercano di tamponare gli effetti degli attacchi dell’LRA.

Sono arrivata ad Obo nel mese di settembre 2010, a bordo di un piccolo aereoplano gestito dalle Nazioni Unite, in garanzia degli spostamenti nelle zone più remote e a rischio. Era un venerdì: il 24 settembre 2010.

La base COOPI nella zona, unica presenza umanitaria stabile, era stata aperta nel  2009 per lo sviluppo di attività nell’ambito del supporto all’educazione in situazioni di emergenza ed alla protezione dell’infanzia in zone di conflitto. Nel 2010 COOPI decide di integrare gli interventi, con azioni specifiche nel settore della sicurezza alimentare, per sostenere la popolazione locale nella produzione di beni alimentari.

L’aumento dei membri della comunità e l’interruzione delle attività agricole tradizionali, infatti, avevano fortemente ridotto le riserve alimentari familiari e provocato una crescita non controllata dei prezzi. I beni alimentari come manioca, arachidi, sesamo, mais e riso, alla base del regime alimentare, erano sempre più rari e di conseguenza più cari.
Nel tentativo di dare una risposta concreta, COOPI aveva presentato un progetto finalizzato alla ripresa delle attività agricole, strutturato in 2 fasi: distribuzione dei mezzi di produzione, che per la maggior parte delle famiglie erano stati distrutti, rubati o persi; organizzazione di sessioni di formazione della comunità locale su tecniche agricole, specializzate ed innovative.

Al mio arrivo, una équipe era già operativa da circa due mesi.

La metodologia applicata era centrata sulla formazione di gruppi agricoli, composti da vari membri di differenti famiglie, che avrebbero condiviso degli appezzamenti di terreno donati dal comune. L’idea della “condivisione” nasceva dalla necessità di stimolare i membri della comunità a lavorare insieme, favorendo così la conoscenza reciproca e lo sviluppo di dinamiche basilari proiettate verso l’associazionismo. Inoltre, la condivisione permetteva ad ogni famiglia di avere a disposizione una porzione di terreno minimale ma sufficiente a soddisfare le proprie necessità.

Era il mese di settembre.

Villaggio di Obo, capanna in costruzione (ph. Ugo Lucio Borga)

In Repubblica Centrafricana, e in generale in quasi tutte le regioni dell’Africa sub sahariana, ci sono due principali stagioni agricole: il periodo della coltivazione degli ortaggi, da settembre a marzo (durante la stagione secca) ed il periodo della coltivazione dei prodotti “vivrièrs” (alimentari) che coincide con le prime piogge ad aprile e continua fino alla fine di agosto.

La stagione di settembre, periodo del mio arrivo, si collocava, rispetto al calendario agricolo, nel periodo della coltivazione degli ortaggi. Pertanto il mio primo obiettivo era quello di preparare i gruppi agricoli per la semina di prodotti come pomodori, cetrioli, lattuga, melanzane, angurie, spinaci e fagioli.
Il lavoro che l’équipe in loco aveva iniziato da ormai 2 mesi mostrava già i primi limiti, con specifico riferimento alla motivazione personale ed alla partecipazione dei beneficiari.
Vari aspetti del progetto sembravano non adattarsi sufficientemente alle abitudini e alla tradizione locale e, pertanto, lo scontro tra “abitudine” e “innovazione”, stava creando una situazione di stagnazione dell’intervento, con conseguenti casi di assenteismo ed una scarsa motivazione verso la coltivazione di prodotti agricoli che erano sconosciuti a livello locale. Il regime alimentare della popolazione locale, infatti, non era costituito dal consumo quotidiano dei vegetali proposti dal nostro intervento.
L’ambizione del nostro progetto diventava, quindi, ancor più elevata e il risultato finale sembrava ancor più difficile da raggiungere.
Dinanzi ad un simile contesto, l’unica strategia applicabile era quella di una nostra presenza costante e di una sensibilizzazione continua della comunità, sfruttando un aspetto della cultura africana: la grande capacità di accogliere e di includere.
I mesi passavano e le “planches” (terreni) per la semina erano ormai pronte. La preparazione del terreno era un aspetto totalmente nuovo per gli autoctoni che non avevano mai applicato alcuna tecnica agricola che prevedesse delle fasi specifiche (misurazione del terreno, suddivisione della terra in settori, ecc.).

Arrivò il mese di Novembre 2010

e tutti i gruppi agricoli avevano terminato la fase di confezionamento delle “planches”, raggiungendo un numero totale di 1.200 planches pronte ad essere seminate.
Nonostante le profonde differenze tra passato e presente, era stato un successo!
A Dicembre avevamo già iniziato la fase di distribuzione delle sementi e della semina.
Un calendario di sessioni di formazione sulla semina di ciascun ortaggio era stato preparato dal responsabile agronomo e aveva previsto la partecipazione di tutti i gruppi di lavoro.
Inesplicabile il senso di stupore e di meraviglia dei beneficiari dinanzi alla gestualità tecnica e alle raccomandazioni previste dall’équipe per ogni singolo vegetale.
Così dopo un mese di semina, alla fine di Dicembre tutto era pronto: ormai non restava altro che innaffiare ed aspettare.

A inizio gennaio, le prime piantine. A fine gennaio, i primi prodotti. Le prime angurie.

Ero felicissima, la terra stava producendo cibo in abbondanza per tutti, già dopo un mese e mezzo dalla semina.
Il primo raccolto era stato già destinato alla preparazione di un grande pasto per tutta l’équipe, la cosidetta “festa del raccolto”. Ma, distratta dalla soddisfazione per i risultati ottenuti, non avevo considerato un aspetto importante: nessun membro della mia équipe locale aveva mai mangiato alcuno degli alimenti che avevamo presentato sulla tavola. Gli sguardi erano curiosi, ma i gesti e la fame erano frenati dalla novità per il palato di certi sapori che arrivavano da lontano…
A seguito del primo esperimento, e della conseguente presa di conoscenza della situazione, qualche giorno dopo andai al mercato per verificare quali erano, invece, le reazioni della comunità locale dinanzi ai primi venditori di frutta e verdura.
Un membro di un gruppo di lavoro era seduto su uno dei banchi del mercato, con una carriola colma di angurie. Il suo sguardo era distratto, si guardava intorno e aspettava paziente di vendere qualcosa, ma nessuno si avvicinava per acquistare suoi frutti. Dovevo sostenerlo in qualche modo…

Gli agricoltori mostrano le rinomate angurie di Obo.

Mi avvicinai allora alla carriola, presi un’anguria e la divisi in varie porzioni. L’anguria con il suo gusto zuccherino sarebbe sicuramente piaciuta ai locali che amano tutto ciò che é estremamente dolce. Offrii le porzioni alle mamme e ai bambini che mi scrutavano incuriositi dai miei gesti e dal colore roseo del frutto che avevo tra le mani. Arrivarono i primi “coraggiosi” e il primo assaggio fu un successo: dopo soltanto 20 minuti la carriola del venditore era stata svuotata e tutti continuavano a mangiare e a fare commenti di apprezzamento per le angurie.

Il tam tam africano era iniziato e, poiché una buona notizia non ha bisogno di alcun giornale per arrivare lontano, il consumo di angurie e di conseguenza la vendita aumentò velocemente. In tutti i quartieri, ormai, non si parlava e non si mangiava altro.
Gli agricoltori, beneficiari del progetto, avevano iniziato a venire numerosi alla base per chiedere altre sementi: tutti pazzi per i cocomeri!!

Gli agricoltori sostenuti da COOPI in posa presso la base di Obo.

Il caldo stagionale e l’umidità della foresta ovviamente facilitavano la consumazione del frutto che al tempo stesso dissetava e appagava il palato.
Da Obo la notizia arrivò a Mboki ed ancora a Zemio, fino ad arrivare in capitale.
Le settimane scorrevano e, dopo i cocomeri, anche la lattuga ed altri ortaggi cominciavano a donare i primi frutti. I campi erano in fiore ed il colore verde predominava dappertutto.

Marzo 2012.

Lattuga “made in Obo”, Repubblica Centrafricana.

Il progetto COOPI nell’ambito della sicurezza alimentare ad Obo continua ancora. Il numero dei gruppi di lavoro, che hanno scelto di partecipare alle attività, é aumentato.
La lattuga, le melanzane, i cetrioli, le angurie, i fagioli e i cavoli sono parte integrante della dieta locale e, grazie ad essi, sia i bambini sia gli adulti hanno accesso ad una fonte nutrizionale fondamentale per la crescita e per il benessere del corpo umano.
Testimone di un cambiamento storico ed epocale, ad oggi resto ancora stupita dall’apertura e dalla grande capacità di adattamento alle novità della popolazione di questo angolo di mondo. In soli 6 mesi di lavoro, gli abitanti di Obo hanno imparato a preparare la terra, a seminare e soprattutto a mangiare degli alimenti venuti da lontano e lo hanno fatto, seppur con una reticenza iniziale, in pochissimo tempo.
A volte mi chiedo se lo stesso fosse stato possibile nel nostro paese, se questa apertura verso il “diverso” e questa capacità di “adattamento” fossero stati gli stessi.

Grazie Obo, grazie COOPI, per avermi reso partecipe di un pezzetto della storia di quel chicco di umanità che ogni giorno, nonostante tutte le difficoltà, continua a germogliare e a fiorire nel cuore della foresta tropicale, come esempio della vita che continua, sulla spinta di essere oggi e di esserci anche domani.

Benedetta Di Cintio
capo progetto di COOPI a Obo, Repubblica Centrafricana.
dicintio [at] coopi.org

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Causale: “Fondo COOPI per l’ambiente”.

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4 Replies to “Obo, un chicco di umanità gettato nel mondo”

  1. Cara Benedetta, tu e il tuo nome siete una benedizione..è una storia “vera” e meravigliosa, dolce e carica di umanità..sento un pochino l’invidia, perdonami, è il mio desiderio di poter vivere questo tipo di solidarietà e di amore..la tua storia mi ha emozionato e anche fatto piangere..ogni nostro piccolo dono d’amore porta sollievo a tutti gli esseri, grazie a nome del mondo.
    Eva

    • Cara Benedetta, voglio aggiungermi per dirti il mio “brava”.
      Sai quante volte ho pensato di fare un’ esperienza simile senza avere il coraggio poi di fare il passo decisivo.
      complimenti ancora e non mollare.

  2. Articolo molto interressate! sopratutto perchè mi dà degli spunti per organizzare i miei corsi di educazione alimentare! Infatti mi occupo di problematiche simili come la consulenza e formazione nel settore alimentare. Il mio sito e’ il seguente: http://www.formazione-manuale-haccp.it ; se siete interessati sono disponibilie a collaborare.

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