Come ci siamo messi in salvo

Benedetta Di Cintio, cooperante di COOPI in Repubblica Centrafricana, ci racconta come è avvenuta l’evacuazione da Bangui sabato 23 marzo, a causa della presa della Capitale da parte della “Seleka”. Grazie alla tempestiva riparazione fuori dai confini dello Stato, lo staff di COOPI ha potuto salvare i beni dell’associazione (gli archivi e i documenti di lavoro) e continuare ad essere operativo.

Bangui ore 10.30, arriva la notizia “sono a Damara” una cittadina a circa 75 km da Bangui, 2 ore di strada. Questa la notizia che ha fatto scattare la scintilla, da quel momento niente é stato e sarà più lo stesso.

Questo nel cuore, seppur alimentato dalla speranza, lo sapevamo tutti. Un’ora a disposizione per caricare tutto sulle macchine cercando di salvare il lavoro degli ultimi anni, dopo il colpo di Stato del 2003. Cosa sarebbe potuto accadere? Nessuno di noi aveva tempo di chiederselo, nessuno di noi voleva immaginarlo, ma quella risposta era chiara negli occhi dei nostri colleghi centrafricani e soprattutto delle donne. “Siamo abituati” continuavano a ripetere, “l’abbiamo già vissuto”.

Loro le donne conoscevano bene cosa stesse per succedere, loro che cercavano di nascondere le lacrime nella fretta di aiutarci a preparare cartoni e sacchi. Quelle donne sapevano che sarebbero arrivati e che le avrebbero costrette a scappare e a rinchiudersi con i loro bambini aspettando di poter ricominciare. “E’ degli uomini la guerra” ha detto una di loro, “per le donne c’é solo la sofferenza dei bambini che piangono perché non c’é da mangiare, perché si spaventano ai colpi di fucile e nelle peggiori delle situazioni si ammalano senza aver medicine per curare”.

Fretta nei corridoi, fretta nell’atrio: 7 macchine, 7 autisti, 15 kg per persona, 2 ore di tempo per lasciare la città. Tutti i miei colleghi espatriati erano parte del convoglio. Le ultime raccomandazioni date dal capo missione, si monta in macchina e si parte. Papy, il rappresentante paese, l’unico a restare, l’unico ad aspettare la risposta a quella domanda, l’unico nel silenzio che precede la tempesta. Un convoglio, il nostro, che non é passato indifferente agli occhi della gente di strada. Sguardi malinconici seguivano il passare delle macchine chiedendoci di venire con noi, domandandoci di restare, per loro la nostra partenza diventava la conferma che “stavano arrivando”.

Destinazione Batalimo, base COOPI nel sud ovest immersa nella foresta tropicale. Lì immersi nel verde e nella tranquillità dei sorrisi dei villaggi pigmei lungo la strada, la guerra sembrava davvero lontana, la violenza diventava inconcepibile e senza alcun significato. Prima barriera dei militari, domande e perplessità, qualche polemica, ma poi passata. Seconda barriera, un FACA ci dice “non scappate vi proteggiamo noi”, strette di mano, documenti, timbri e anche questa è andata.

Arriviamo alla base alle 6 del pomeriggio, stanchi e forse per il primo istante della giornata coscienti di quello che stava accadendo. Come risvegliandoci da un sogno, cominciamo a guardarci e renderci conto di essere lì con macchine e bagagli in fuga da qualcosa che pochi di noi conoscevano. Negli occhi e nelle parole della maggior parte del gruppo ancora speranza, ancora incredulità e forse qualche dubbio circa il bisogno di una dipartita tanto rapida.

Si aprono i bagagli, in quei 15 kg dove finiscono sempre le cose più inutili manca proprio quello che stavamo cercando, eh sì perché davanti all’armadio, quando si cerca cosa “salvare” dinanzi al pericolo di una guerra, tutto diventa assurdamente indispensabile e assolutamente inutile. La prima notte passa.

Arrivano le telefonate da Bangui, colleghi di altre ONG si dicono ancora tranquilli e che forse il pericolo può essere evitato con una negoziazione e una nuova mediazione esterna. Nessuno ci voleva credere, nessuno voleva accettare in quel momento quello che stava accadendo.

Sabato mattina. Attesa, passeggiata al fiume, visita al villaggio cercando di trovare delle risposte alle nostre infinite domande. Ore 11.00 ordine di partire, destinazione Betou, bisogna passare la frontiera prima che sia troppo tardi. Ancora fotocopie dei documenti, ordini di missione, provvista d’acqua e di cibo. Pronti si parte, da 7 le macchine diventano 8 recuperando anche i due colleghi sulla base di Batalimo.

Ore 14.00 arriviamo alla frontiera. Rumore di timbri, passaporti che si sfogliano, domande di routine: “dove andate, perché, perché non restate qui con noi tanto non succederà niente”. E il tempo passa. Ore 17.00 i militari FACA sequestrano i nostri passaporti: “voi non partite, restate qui con noi”. Ci organizziamo per la notte grazie all’aiuto della missione cattolica sul posto e alle conoscenze di una nostra collega che lavora da molto tempo nella zona. Dormiamo in macchina, sotto gli alberi o nelle stanze messe a disposizione dalla missione. Ancora dubbi e ancora timore per l’indomani. Telefonate da Bangui, la situazione é ancora tranquilla. E allora si discute “avremmo fatto bene a scappare?” “non era forse meglio restare evitando tutto questo?”.

Il sole sorge come ogni giorno. Bisogna prendere una decisione, i militari hanno i passaporti e noi dobbiamo recuperarli. Ci si organizza: le donne alla missione delle suore per precauzione, gli uomini e gli autisti restano con le auto aspettando la “visita” per negoziare il rilascio dei documenti. Vado alla missione con le altre ragazze. Ancora dubbi in quella domenica delle palme che difficilmente dimenticheremo. Un messaggio alla Radio VHF: “sono arrivati i militari”. É il nostro logista, sono lì, sono venuti a negoziare. E allora profondo silenzio sulle note dei canti di gioia della messa di una domenica di festa. Sabbia sollevata dal vento tutt’intorno. Aspettiamo, i minuti sembrano ore. Non abbiamo notizie. Rientriamo nella missione alla ricerca dell’ombra, ed ecco il rombo delle nostre macchine. Ce l’hanno fatta!!! “Correte, bisogna scappare!! Ci hanno ridato i passaporti”. Tutti in macchina e si parte. Qualche centinaio di litri di benzina ed il riscatto dei documenti é pagato. Ci rimettiamo in viaggio con la foresta che consola i nostri cuori con la sua bellezza. Passiamo la frontiera: siamo in Congo Brazzaville!!! Una profonda sensazione di liberazione. Ce l’abbiamo fatta!!!

Sorrisi, risate e i racconti comici dei momenti più delicati della negoziazione. I ragazzi si prendono in giro, colorando di umorismo quei momenti di paura trascorsi sotto la minaccia di 16 militari. E quelle intimidazioni diventano gogliardiche battute e quei gesti intimoriti si vestono di commedia lasciando al tempo tutta la loro drammaticità.

Telefonate da Bangui. Se prima l’incredulità e la speranza erano ancora vive, adesso soltanto la certezza di avercela fatta. La città é stata presa, i nostri colleghi di altre ONG sono stati saccheggiati e minacciati dai ribelli. Racconti di fucili puntati sulle scarpe, corpi stesi sul pavimento mentre gli altri tutt’intorno rubano e distruggono anni di lavoro e di passione. E allora silenzio. Chi di noi aveva avuto dei dubbi su questa partenza “inaspettata” ha purtroppo trovato risposta alle sue incomprensioni, una risposta purtroppo colorata di paura e di timore. “E se fossimo stati lì”, “ e se non fossimo scappati”. Silenzio. Adesso siamo a Betou, una cittadina accogliente sulle sponde del fiume l’O bangui che separara il Congo Brazzaville dalla RCA e dalla RDC. Tre stati che si affacciano e si nutrono della stessa sorgente di vita.

L’indomani, ecco i primi rifugiati. L’ufficio dell’immigrazione é affolato di centrafricani che come noi hanno cercato la via della sicurezza nei paesi confinanti. Donne, uomini e bambini che hanno camminato tutta la notte e che cercano adesso accoglienza e protezione. E ogni giorno il numero aumenta, 100, 200, 300 e a quanto si arriverà?

L’ufficio di UNHCR di Betou sta facendo il possibile per accogliergli come sta accogliendo noi.

Siamo arrivati in 13 espatriati e 8 autisti. I primi espatriati sono stati reimpatriati dopo qualche giorno. Adesso siamo rimasti in 5. L’umore é buono e in tutti c’é la consapevolezza dell’importanza di garantire questa presenza, per lo staff nazionale che é con noi e per gli equipements (praticamente tutto l’ufficio COOPI di Bangui) che abbiamo portato. Aspettiamo. Siamo in collegamento via internet e via telefono satellitare per attendere le indicazioni di Bangui.

Ma siamo felici, perché ce l’abbiamo fatta, perché nonostante tutto sappiamo nel nostro cuore che seppur hanno preso i nostri effetti personali, seppur hanno danneggiato la struttura dell’ufficio e recuperato qualche cosa di minor valore, i materiali e i documenti più importanti sono stati salvati evitando delle gravi perdite per la nostra organizzazione. Ora si aspetta. Per ritornare e per ricominciare. Siamo qui per questo.

Benedetta di Cintio, capo-progetto COOPI

Tutti gli aggiornamenti su www.coopi.org

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3 Replies to “Come ci siamo messi in salvo”

  1. Dear Benedetta,
    I am glad of the prompt initiatives taken by instinct base on objective evaluating the reports of these vulnerable women that COOPI Team has provided them with incredible humanitarian relief and assistance. I admire in your words how deep your faith has given the team a consolidation of spirituality that made everybody one more time unalienated to the eventual corrupt and ransom taking military unities that are in places like the triple point border between the Congoe’s and Central African Republic. Safety first was our “slogan” when I remember my friend ,the Missionary Italian GRAZIELLA FUMAGALLI,MD (Medical Doctor) that was murdered in the South Somali city of Merka (90 Kms south of Mogadishu) and another expatriate (the lab technician) was wounded and the TB project ended its existence and shifted elsewhere. While other Drs and 2 other expatriated were safely airlifted to Nairobi,Kenya. The Project under the Italian Caritas had contributed much to the reducing of the endemic diffusion of the BK through the communities especially during the worst civil war in the history of the humanity : that of Somalia.
    Remember Annalena TOGNOLI, the founder of the project has offered her martyrdom to save a life in the Northern Somaliland- in her projects in the Horn of Africa.
    Please remember all of them in your prayers and be aware that nowadays we’ve tools like Internet and Satellite communications that enable or makes less stressfull running some Humanitarian Projects all over the world encouraging the NGO’S to go forward to save lives in challenging environments like post civil wars. Specially by regarding the reconstruction of the infrastructures that are essential needs for vulnerable categories of the societies. By reading this Blog from Bangui I remembered the same human sensation at what happened in opposite corner of Africa : in Somalia. I was there and with them in the same team but I survived and lost them. Peace.
    An MD in US.

  2. Hai ragione Bruno !. Pero’ metti in conto : chissa cosa sta succedendo in questo momento ? O meglio cosa e’ avvenuto di nuovo e vecchio nel mondo della proliferazione delle Organizzazioni Umanitarie e nell’arena della COOPI – COPERAZIONE INTERNAZIONALE Italiana.
    Vitale Vitali,US

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